Il giorno dopo la festa di fine corso, Libero provò subito a chiamare quel numero che Regine gli aveva lasciato nella tasca dopo il bacio di addio. Regine sarebbe ripartita l'indomani per l'Olanda, e chissà se l'avrebbe più rivista...
Rispose una giovane voce femminile, però un'altra voce. Deve aver sbagliato numero, disse la voce; Libero replicò cortesemente chiedendole quale fosse il suo numero, per confrontarlo con quello che aveva sul biglietto, e capire se avesse sbagliato a comporre. Lei si rifiutò, dicendo che ciò le sembrava solo l'astuto espediente di un malintenzionato. Allora non ti chiedo il tuo numero, ti leggo quello che ho io qui scritto e tu mi dirai solo se corrisponde o no al tuo... Niente, lei riattaccò bruscamente. Lui richiamò subito, irritato e offeso dal pregiudizio che lo qualificava ingiustamente. Ti prego di aiutarmi a capire, le disse, devo ritrovare questa ragazza, la conosci? Non, non la conosco, e se non la smette chiamo la polizia.
Libero non si rassegnò: il numero l'aveva scritto Regine di suo pugno, non poteva credere che lei si fosse sbagliata a scriverlo, o che gli avesse deliberatamente lasciato un numero sbagliato, non dopo quel che c'era stato fra loro... Credeva piuttosto che quest'altra ragazza stesse nascondendo qualcosa, per motivi che non riusciva ancora a intuire.
Lasciò passare un giorno, per smaltire il disappunto e la rabbia, poi richiamò quel numero. E continuò a chiamare, ogni giorno, più volte al giorno, incurante di avvertimenti e minacce, con pervicace ostinazione, anche quando apparve chiaro che non ne avrebbe ricavato nulla, semplicemente perché non riusciva a farsene una ragione. Ormai lei non rispondeva neanche più.
Andò avanti così per un mese intero. Finché un lunedì non trovò due carabinieri ad arrestarlo all'uscita dal lavoro, proprio di fronte a tutti i colleghi.
Processo per direttissima, con l'accusa di molestie telefoniche. In aula, di fianco all'avvocato dell'accusa, c'era una ragazza; Regina era il suo nome, quasi come l'altra; era la vittima; ed era incantevole.
Quando il giudice gli chiese il motivo delle sue molestie, Libero non rispose altro: “Perché ne sono innamorato”. Si prese tre mesi di carcere, con sospensione condizionale della pena.
All'uscita dall'aula fu avvicinato da lei: “Ma perché hai detto questo?”, non capiva.
“Perché ti amo”, rispose semplicemente fissando lo sguardo negli occhi di lei verdi, profondi.
Dopo un mese cominciarono a frequentarsi.
Dopo altri sei mesi si sposarono.
Ebbero il primo figlio, un maschio, dopo un altro anno; dopo altri tre anni, una femmina.
Libero e Regina erano felici.
Una sera d'inverno squillò il suo telefono.
“Perché non mi hai più chiamato? Ho aspettato tanto, non sapevo come rintracciarti”. Era Regine, l'altra; dopo lunghe e vane ricerche c'era finalmente riuscita, per un caso fortuito, tramite vecchie conoscenze dei tempi dell'università, rintracciate sui social network. Libero spiegò — senza dire proprio tutto — e compresero che in effetti c'era stato un errore di trascrizione del numero. Ero un po' ubriaca quella sera, confessò Regine..
Tu cosa fai? Io nulla, sai, ho avuto una storia, ma ora sono libera... E tu?
Libero sapeva qual era il suo dovere. Libero era felice con Regina (l'altra): aveva una famiglia, una moglie che lo amava, due meravigliosi bambini, che altro doveva desiderare?
Quella notte stessa Libero fece le valigie e lasciò la casa, senza una parola, per raggiungere Regine, l'altra.
__________