26/04/14

DILEMMA

Come spesso gli accade, Luciano si sveglia nel cuore della notte e socchiude gli occhi, tanto per verificare quanta luce filtra dalle imposte nella stanza e capire, in tal modo, quanto sonno ancora può concedersi.
Questa volta però non vede assolutamente nulla, nemmeno un singolo sperduto fotone.
Non era mai capitato.
“Potrebbe essere che i lampioni in strada siano spenti per un black-out elettrico, naturalmente; ma se invece fosse che sono diventato cieco? Come potrei fare a capirlo? Non servirebbe a nulla accendere l'abat-jour: se la corrente manca, non si illuminerà, e se sono cieco, non ne vedrei comunque la luce...”
Dopo breve riflessione, Luciano comprende che l'unico modo per risolvere la questione è svegliare sua moglie, che dorme accanto a lui.
La scuote, e non appena la coscienza di lei affiora dal sonno profondo in cui era immersa, Luciano le chiede se può vedere qualcosa, aperti gli occhi.
Dopo un attesa che pare interminabile: no, nulla, è la risposta.
Questo conferma le sue peggiori congetture: a causare la cecità dev'essere una spaventosa epidemia che ha colpito entrambi; e forse non solo loro, forse anche il vicinato, o la città intera, e l'intera nazione.
E perché no il mondo intero?
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13/04/14

L'ASSILLO

Lapo è intelligente, gentile, educato, simpatico, sensibile, benvoluto da tutti quelli che lo hanno potuto conoscere dopo il suo trasferimento in città, un paio di anni fa. Perciò appare particolarmente sorprendente la sua caratteristica di non concedere mai e poi mai la precedenza ai pedoni. In nessuna circostanza.
Anche a costo di leggere in labiale gli inevitabili improperi dell'anziano indispettito a bordo strada.
Anche a costo di suscitare l'imbarazzo dei suoi ospiti, che non riconoscono in quel gesto la stessa persona che credono di conoscere.
Anche a costo di subire dal vigile un umiliante rimprovero seguito da sanzione pecuniaria.
E anche a costo di perdere la ragazza di cui si è innamorato.
In verità no, questo no.
Dopo l'ennesimo gesto del genere, Amira irritata ha chiesto di farsi riportare a casa. Quando la pioggia scrosciante entra dalla portiera già aperta e lei sta per scendere, Lapo finalmente parla. Non le chiede di restare. Lei, tuttavia, resta e ascolta.

Lui racconta una storia di qualche anno fa. Un tardo pomeriggio di marzo, la pioggia che scroscia improvvisa e violenta, la luce spenta del crepuscolo in cui persone e cose faticano a staccarsi dallo sfondo, mentre sei alla guida. Un automobilista si ferma di fronte alle strisce pedonali; una giovane donna si sorprende della gentilezza, ringrazia con un cenno, s'avvia con passo svelto ad attraversare la strada, riparando dalla pioggia come meglio può sé stessa e il bimbo che tiene in braccio; quasi a metà della corsia la donna si lascia sfuggire un sorriso certamente rivolto alla cortesia dell'automobilista. Ma ce n'è un altro, che ora impreca all'indirizzo di “quell'idiota” che si è fermato chissà perché lì in mezzo, e che scarta rabbioso di lato per oltrepassarla, e che solo in quel preciso momento vede le strisce pedonali, solo quando il muso d'acciaio della sua auto si abbatte sul sorriso della giovane donna, ultima espressione vivente sul suo viso.

Seguendo l'unica interpretazione che le pareva possibile, Amira rompe un lungo silenzio per dire: – Non devi sentirti in colpa. Hai fatto quel che si deve. Fu quell'altro ad ucciderli.
E Lapo, con un ghigno straziato: – Io ero quell'altro!
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09/04/14

SOLLIEVO

Aveva appena imboccato, a piedi, la via che la riconduceva a casa.
Benché da quella distanza non avesse potuto riconoscere subito che il veicolo fermo in mezzo alla strada, quasi in fondo alla via, era un'ambulanza, le era comunque sembrato insolito; e benché da quella distanza non fosse chiaro se l'ambulanza si trovasse proprio di fronte al portone di casa sua, un sottile senso d'inquietudine s'andava accrescendo via via che la distanza s'accorciava. Anche se l'ambulanza era proprio di fronte al portone di casa sua, la cosa poteva riguardare qualcuno del condominio dirimpetto, dove abitavano diversi vecchietti; non necessariamente il suo; come invece dovette constatare quando fu abbastanza vicina da poter vedere che proprio il portone di casa sua era quello aperto. Come non pensare a quel che le aveva riferito una compagna del corso di yoga, appena un'ora prima, di quell'ingegnere di 45 anni, con moglie e due figli, fulminato da un'aritmia cardiaca? L'età, la situazione familiare, la difficoltà a ritrovare un lavoro dopo il licenziamento, la depressione sempre più cupa... tutto uguale, proprio come loro.
L'inquietudine lasciò posto all'ansia e questa all'angoscia quando, ormai dentro l'androne del condominio, vide con un tuffo al cuore l'ingresso di casa sua – un appartamento al piano terra – atrocemente spalancato.
Le gambe le tremavano quando varcò la soglia e trovò il soggiorno pieno di gente, non fece subito caso al fatto che non tutti fossero medici o infermieri; così come non aveva notato la volante dei carabinieri ferma dietro l'ambulanza.
Col cuore in gola e il respiro che le veniva meno, leggeva disperatamente nei visi muti, negli sguardi cupi e compassionevoli che le rivolgevano, i chiari segni a conferma dell'orribile realtà... così credeva, quando all'improvviso dalla porta del disimpegno, dov'erano le camere da letto, comparve proprio lui, suo marito! Che sollievo!
È lui, allora è vivo, ho temuto per nulla!
Ma perché ha quel viso sconvolto, quegli occhi persi, vuoti, che sembrano non volermi guardare?
Perché ha le braccia tenute ferme da due carabinieri ai fianchi, perchè ha i polsi incrociati sul petto, chiusi da manette?
E che cos'è quel lenzuolo bianco, e quella macchia rossa sul pavimento, laggiù nella camera dei...
I bambini! Solo ora, come ho fatto... Ma dove sono i miei bambini?
Dove sono...?
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06/04/14

L'ALTRA

Il giorno dopo la festa di fine corso, Libero provò subito a chiamare quel numero che Regine gli aveva lasciato nella tasca dopo il bacio di addio. Regine sarebbe ripartita l'indomani per l'Olanda, e chissà se l'avrebbe più rivista...
Rispose una giovane voce femminile, però un'altra voce. Deve aver sbagliato numero, disse la voce; Libero replicò cortesemente chiedendole quale fosse il suo numero, per confrontarlo con quello che aveva sul biglietto, e capire se avesse sbagliato a comporre. Lei si rifiutò, dicendo che ciò le sembrava solo l'astuto espediente di un malintenzionato. Allora non ti chiedo il tuo numero, ti leggo quello che ho io qui scritto e tu mi dirai solo se corrisponde o no al tuo... Niente, lei riattaccò bruscamente. Lui richiamò subito, irritato e offeso dal pregiudizio che lo qualificava ingiustamente. Ti prego di aiutarmi a capire, le disse, devo ritrovare questa ragazza, la conosci? Non, non la conosco, e se non la smette chiamo la polizia.
Libero non si rassegnò: il numero l'aveva scritto Regine di suo pugno, non poteva credere che lei si fosse sbagliata a scriverlo, o che gli avesse deliberatamente lasciato un numero sbagliato, non dopo quel che c'era stato fra loro... Credeva piuttosto che quest'altra ragazza stesse nascondendo qualcosa, per motivi che non riusciva ancora a intuire.
Lasciò passare un giorno, per smaltire il disappunto e la rabbia, poi richiamò quel numero. E continuò a chiamare, ogni giorno, più volte al giorno, incurante di avvertimenti e minacce, con pervicace ostinazione, anche quando apparve chiaro che non ne avrebbe ricavato nulla, semplicemente perché non riusciva a farsene una ragione. Ormai lei non rispondeva neanche più.

Andò avanti così per un mese intero. Finché un lunedì non trovò due carabinieri ad arrestarlo all'uscita dal lavoro, proprio di fronte a tutti i colleghi.
Processo per direttissima, con l'accusa di molestie telefoniche. In aula, di fianco all'avvocato dell'accusa, c'era una ragazza; Regina era il suo nome, quasi come l'altra; era la vittima; ed era incantevole.
Quando il giudice gli chiese il motivo delle sue molestie, Libero non rispose altro: “Perché ne sono innamorato”. Si prese tre mesi di carcere, con sospensione condizionale della pena.
All'uscita dall'aula fu avvicinato da lei: “Ma perché hai detto questo?”, non capiva.
“Perché ti amo”, rispose semplicemente fissando lo sguardo negli occhi di lei verdi, profondi.

Dopo un mese cominciarono a frequentarsi.
Dopo altri sei mesi si sposarono.
Ebbero il primo figlio, un maschio, dopo un altro anno; dopo altri tre anni, una femmina.
Libero e Regina erano felici.

Una sera d'inverno squillò il suo telefono.
“Perché non mi hai più chiamato? Ho aspettato tanto, non sapevo come rintracciarti”. Era Regine, l'altra; dopo lunghe e vane ricerche c'era finalmente riuscita, per un caso fortuito, tramite vecchie conoscenze dei tempi dell'università, rintracciate sui social network. Libero spiegò — senza dire proprio tutto — e compresero che in effetti c'era stato un errore di trascrizione del numero. Ero un po' ubriaca quella sera, confessò Regine..
Tu cosa fai? Io nulla, sai, ho avuto una storia, ma ora sono libera... E tu?

Libero sapeva qual era il suo dovere. Libero era felice con Regina (l'altra): aveva una famiglia, una moglie che lo amava, due meravigliosi bambini, che altro doveva desiderare?

Quella notte stessa Libero fece le valigie e lasciò la casa, senza una parola, per raggiungere Regine, l'altra.
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